Quando usciamo dal porto e puntiamo verso il Golfo dell’Asinara, a sinistra si allunga la costa delle Saline, con la sua torre spagnola e la spiaggia di ciottoli bianchi. Per quasi quattro secoli, davanti a quel tratto di mare, ogni primavera si calava una delle trappole per tonni più importanti della Sardegna: la Tonnara Saline di Stintino. Il paese stesso è nato accanto a lei, e la sua storia è la storia di chi ci ha lavorato.
Qui la raccontiamo dalle origini alla chiusura, fino a quello che resta oggi. Se cerchi un quadro più ampio su gozzi, vela latina e vita di mare del borgo, trovi tutto nel nostro articolo sulle tradizioni marinare di Stintino. Qui scendiamo nel dettaglio della tonnara.
In breve
La Tonnara Saline si calava nel Golfo dell’Asinara, vicino a Stintino. Le prime notizie documentate risalgono al 1602. Dal 1654 appartenne ai Vivaldi, dal 1868 alle famiglie Anfossi, Pretto e Biggio. Cessò l’attività negli anni Settanta del Novecento; nel 1997 fu calata ancora una volta. Oggi la sua storia è raccontata dal MUT, Museo della Tonnara di Stintino.
Le origini della Tonnara Saline di Stintino
Le tonnare fisse in Sardegna nascono alla fine del Cinquecento. Secondo il Comune di Stintino, la fondazione della Tonnara Saline risale con buona probabilità a quel periodo, quando il mercante Pietro Porta chiese al re Filippo II di Spagna il permesso di installare sulle coste dell’isola questi grandi impianti di cattura. La Sardegna era allora spagnola, e la Corona dava le tonnare in concessione.
Il primo documento che parla esplicitamente della tonnara è del 1602 ed è conservato nell’Archivio della Corona d’Aragona, a Barcellona. Gli studi sul Seicento sardo citano la Saline, nella Nurra di Sassari, accanto a un’altra tonnara dello stesso golfo, quella di Perdas de Fogu, nel territorio di Sorso: le due vennero concesse insieme nel 1603 allo stesso imprenditore.
Il nome viene dal luogo. Alle spalle della spiaggia c’erano gli stagni salati, sfruttati per la produzione del sale già nel Medioevo e rimasti in attività fino ai primi decenni del Novecento. Sul promontorio vicino gli Spagnoli costruirono nel Cinquecento la Torre delle Saline, una torre di difesa pesante che sorvegliava le saline e le tonnare e comunicava a vista con le torri di Porto Torres e dell’Asinara.

Proprietari e concessionari: dai Vivaldi agli Anfossi
Nel corso del Seicento la tonnara passò di mano più volte, data in concessione a diversi commercianti. La svolta arrivò nel 1654, quando Filippo IV la cedette al nobile genovese Gerolamo Vivaldi. Per oltre due secoli la famiglia Vivaldi la tenne, affittandola a imprenditori diversi.
Nel 1868 la tonnara passò a una società di famiglie liguri, gli Anfossi, i Pretto e i Biggio, che prima la presero in concessione e poi la acquistarono. Anche molti pescatori che fondarono Stintino avevano radici liguri, e alcuni erano arrivati da Camogli attirati proprio dalla tonnara.
Il Novecento fu il secolo dei direttori. Dal 1900 al 1949 la tonnara fu guidata da Antonio Penco, poi dal nipote Italo Penco fino al 1969. In quell’anno l’impianto fu rimesso in funzione da una nuova società, che comprendeva la famiglia Anfossi e l’avvocato Salvatore Greco. L’ultimo proprietario storico dello stabilimento, Beppe Anfossi, è scomparso nel febbraio 2026 a 86 anni.
Stintino, il paese nato accanto alla tonnara
Nel 1885 il governo italiano istituì sull’Asinara una colonia penale agricola e un lazzaretto. Le circa 45 famiglie che vivevano a Cala d’Oliva dovettero lasciare l’isola. Scelsero di ricostruire le loro case sulla lingua di terra di fronte, vicino alle saline e alla tonnara, che offrirono loro riparo e lavoro. Così nacque Stintino. Fino ai primi anni Settanta la tonnara restò la principale fonte di reddito del borgo. Ne parliamo anche nella nostra pagina dedicata a Stintino.

Come funzionava la tonnara fissa
Una tonnara fissa è un labirinto di reti ancorato al fondo con centinaia di ancore, calato ogni primavera. Le parti principali sono due.
La prima è il pedale, detto anche coda: una lunga rete di sbarramento che parte dalla costa e scende verso il largo, perpendicolare al percorso dei tonni. I tonni la seguono e arrivano all’ingresso della trappola.
La seconda è l’isola, il cuore della tonnara: una serie di recinti di rete chiamati camere, collegati tra loro da aperture che si possono chiudere, le “porte”. I tonni entrano nella prima camera e, con manovre successive, vengono spinti da una camera all’altra fino all’ultima. Nelle tonnare del Mediterraneo i nomi cambiano da luogo a luogo; alla Saline le camere si chiamavano camera grande, bordonarello, bordonaro, bastardo, ponente e, in fondo, la camera della morte.
La camera della morte è l’unica ad avere una rete anche sul fondo, il coppo. Quando arriva il momento, le barche si dispongono tutto intorno e gli uomini tirano su il coppo a braccia: lo spazio d’acqua si restringe e i tonni salgono in superficie.
Lo sapevi?
Nel Seicento le tonnare sarde dipendevano quasi del tutto da competenze esterne. Gli studi sul periodo raccontano che i rais venivano quasi sempre da Trapani, i marinai specializzati erano siciliani, liguri e catalani, mentre ai sardi toccavano soprattutto i lavori non qualificati.
Il tonno di corsa e la stagione della tonnara
La tonnara della Saline era una tonnara “di corsa”. Ogni anno, tra aprile e giugno, i banchi di tonno rosso entrano nel Mediterraneo e si avvicinano alle coste per riprodursi. È il tonno di corsa: pesci grandi, in piena forma, carichi di grasso e di uova. Il Golfo dell’Asinara si trova lungo una di queste rotte, ed è per questo che qui sono sorte più tonnare nel giro di pochi chilometri.
Il lavoro cominciava prima dell’arrivo dei tonni: preparare le reti, armare le barche, calare ancore, pedale e isola nei punti giusti. Poi si aspettava, e l’esito dell’anno dipendeva da quanti banchi entravano nell’isola.
I tonnarotti e il rais
Una tonnara muoveva centinaia di persone, in mare e a terra. In mare lavoravano i tonnarotti, gli uomini delle reti e delle barche. Su tutti comandava il rais, parola di origine araba che significa “capo”.
Il rais era scelto dal proprietario. Doveva conoscere il fondale, leggere il tempo e le correnti, decidere dove calare le reti e quando aprire o chiudere le porte delle camere. Dalla sua barca, la muciara, dava gli ordini durante tutte le manovre.
L’ultimo rais della Saline è stato Agostino Diana. Aveva cominciato da ragazzo come tonnarotto e nel 1970 Beppe Anfossi lo nominò rais, pur senza una tradizione di famiglia alle spalle. Negli anni successivi Diana è diventato il custode della memoria della tonnara: ha collaborato con lo studioso Salvatore Rubino ai libri sulle sue tradizioni, ha costruito un modellino della tonnara oggi esposto al museo e ha contribuito alla nascita del primo museo dedicato. È scomparso nel novembre 2024, a 90 anni.
La mattanza
La mattanza era l’atto finale. Quando nella camera della morte c’era abbastanza pesce, il rais dava l’ordine. Le barche si disponevano tutto intorno alla camera e i tonnarotti cominciavano a salpare il coppo, tirando la rete a mano, un tratto alla volta. L’acqua ribolliva, i tonni venivano agganciati con gli arpioni e issati a bordo. Per sollevare i pesci più grossi servivano più uomini insieme.
Era un lavoro durissimo e pericoloso, e insieme un rito collettivo. Al museo di Stintino si possono vedere i vestiti usati dai tonnarotti durante la mattanza, insieme a immagini d’epoca e filmati che raccontano l’ultima fase della pesca.

Dopo la mattanza: la lavorazione
Il pescato andava lavorato in fretta. Nelle tonnare sarde servivano molte braccia anche a terra, per dissanguare e lavorare rapidamente il pescato. Nelle tonnare del Mediterraneo il tonno veniva sventrato, si separavano le parti pregiate e si conservava sotto sale in barili; più tardi si diffusero la cottura e il tonno sott’olio in scatola. Con le uova si preparava la bottarga.
Cronologia della Tonnara Saline di Stintino
| Anno | Evento |
|---|---|
| Fine Cinquecento | Il mercante Pietro Porta ottiene da Filippo II il permesso di installare tonnare in Sardegna; probabile fondazione della Saline. |
| 1602 | Primo documento sulla tonnara (Archivio della Corona d’Aragona, Barcellona). |
| 1654 | Filippo IV la cede al nobile genovese Gerolamo Vivaldi. |
| 1868 | Passa alle famiglie Anfossi, Pretto e Biggio, prima in concessione e poi in proprietà. |
| 1885 | Le famiglie di Cala d’Oliva lasciano l’Asinara e fondano Stintino vicino alla tonnara. |
| 1900–1969 | Direzione di Antonio Penco (fino al 1949) e poi del nipote Italo Penco. |
| 1969 | Una nuova società (famiglia Anfossi e avv. Salvatore Greco) rimette in funzione la tonnara. |
| 1970 | Agostino Diana diventa rais. |
| Anni Settanta | Cessazione definitiva dell’attività; gli edifici vengono venduti per coprire i debiti delle ultime stagioni. |
| Metà anni Novanta | Nasce il primo museo dedicato alla tonnara. |
| 1997 | La tonnara viene calata di nuovo sotto la guida di Agostino Diana. |
| 18 giugno 2016 | Apre il MUT, Museo della Tonnara, nell’ex edificio ALPI. |
Il declino e la chiusura
Dopo la lunga gestione dei Penco, nel 1969 una nuova società provò a rilanciare la tonnara, e per qualche anno le reti tornarono in mare con il nuovo rais. Le ultime stagioni, però, furono povere di pesce e cariche di debiti. Negli anni Settanta la Tonnara Saline cessò definitivamente l’attività, e le strutture in muratura furono vendute per risanare i conti.
Le cause furono diverse. Il museo cita la crescente urbanizzazione delle coste; a pesare c’erano anche i costi di un’impresa che richiedeva tantissima manodopera per poche settimane di pesca. Intanto il turismo cominciava a sostituire la pesca come prima risorsa del paese.
Nel 1997 un gruppo di imprenditori e di giovani stintinesi decise di riprovarci. La tonnara fu calata di nuovo, guidata dall’ultimo rais, Agostino Diana, che lavorò accanto ai ragazzi come i tonnarotti di un tempo. Quella calata servì anche a passare ai più giovani un sapere che rischiava di sparire.
Lo sapevi?
Il MUT ha sede nell’ex edificio dell’ALPI, un’azienda di lavorazione e produzione ittica. Per restaurarlo e trasformarlo in museo sono stati investiti circa due milioni di euro.
Cosa resta oggi della tonnara di Stintino
In mare non resta nulla: le reti si calavano e si salpavano ogni anno. A terra restano il paesaggio delle Saline, con gli stagni e la torre spagnola, e soprattutto la memoria del paese.
Il luogo dove questa memoria è custodita è il MUT, Museo della Tonnara, inaugurato il 18 giugno 2016 in via Lepanto, affacciato sul Porto dei Minori. Il percorso racconta la vita degli uomini che pescavano e lavoravano il tonno con attrezzi originali, documenti, diari, ritagli di giornale, gli abiti della mattanza, riproduzioni di barche e della tonnara, opere di artisti sardi e video. C’è spazio anche per le altre tonnare del Mediterraneo e per gli studi scientifici sul tonno rosso. Puoi trovare informazioni aggiornate sulla scheda del museo su Sardegna Cultura.

Le altre tonnare della Sardegna
La Saline non era sola. Nello stesso golfo lavorava la tonnara di Perdas de Fogu, verso Sorso, attiva tra Seicento e Settecento, dove gli archeologi hanno trovato grandi quantità di vertebre di tonno. All’Asinara c’era la tonnara di Trabuccato, che nel Settecento apparteneva al Duca dell’Asinara. Le tonnare più famose dell’isola sono però nel Sulcis, a sud-ovest: Porto Paglia, Portoscuso e Carloforte, dove ancora oggi, a Carloforte e Portoscuso, si calano tonnare fisse.
Il golfo della tonnara, visto dal mare
Quando navighiamo con il Professore nel Golfo dell’Asinara, stiamo attraversando lo stesso mare in cui per secoli si calavano le reti della Saline. Il nostro è un gozzo in legno a vela latina, la stessa famiglia di barche che per generazioni ha lavorato nella pesca costiera di Stintino. Dal ponte guardi la costa delle Saline, il borgo, la Pelosa e l’Asinara all’orizzonte.

Naviga il golfo della tonnara a vela latina
Mezza giornata a bordo del Professore, al massimo 7 persone, partenza dal porto di Stintino. Bagno e snorkeling, merenda sarda e Vermentino inclusi.
Domande frequenti sulla Tonnara Saline
Quando è stata fondata la Tonnara Saline di Stintino?
Probabilmente alla fine del Cinquecento, quando furono installate le prime tonnare fisse in Sardegna. Il primo documento che la cita è del 1602.
Quando ha chiuso la tonnara di Stintino?
La Tonnara Saline cessò definitivamente l’attività negli anni Settanta del Novecento. Nel 1997 fu calata ancora una volta, sotto la guida dell’ultimo rais Agostino Diana.
Cos’è la camera della morte?
È l’ultima camera dell’isola della tonnara, l’unica con una rete anche sul fondo, il coppo. Durante la mattanza i tonnarotti la sollevano a mano e i tonni vengono portati in superficie.
Dove si trova il Museo della Tonnara di Stintino?
Il MUT è in via Lepanto, a Stintino, nell’ex edificio ALPI affacciato sul Porto dei Minori. È stato inaugurato nel giugno 2016. Per orari e biglietti conviene contattare direttamente il museo.
Esistono ancora tonnare attive in Sardegna?
Sì, nel sud-ovest dell’isola: a Carloforte, sull’Isola di San Pietro, e a Portoscuso si calano ancora tonnare fisse. Nel nord Sardegna, invece, le tonnare del Golfo dell’Asinara sono solo memoria.
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