Ogni gozzo in legno che vedi ormeggiato a Stintino è nato su uno scalo, pezzo dopo pezzo, dalle mani di un artigiano. I maestri d’ascia della Sardegna hanno costruito per generazioni le barche da pesca e da lavoro dell’isola, senza disegni su carta, con l’occhio, l’esperienza e pochi attrezzi tramandati in famiglia. Oggi sono rimasti in pochi e lavorano soprattutto di restauro.
Nel nostro articolo sul gozzo a vela latina abbiamo raccontato com’è fatta la barca. Qui entriamo nel cantiere: chi è il maestro d’ascia, come nasce uno scafo, quali legni servono e dove in Sardegna il mestiere è ancora vivo.
In breve
Il maestro d’ascia è il carpentiere navale specializzato negli scafi in legno, una figura riconosciuta dal Codice della navigazione. Un gozzo nasce in quest’ordine: chiglia e ruote di prua e di poppa, ordinate, fasciame, calafataggio e pitturazione. In Sardegna il mestiere sopravvive in pochi cantieri, tra cui La Maddalena, Alghero, Stintino e Sant’Antioco.
Chi è il maestro d’ascia
Il nome viene dall’attrezzo simbolo del mestiere, l’ascia, parola che arriva dritta dal latino ascia. Il vocabolario Treccani definisce il maestro d’ascia come il carpentiere delle costruzioni navali “specializzato soprattutto nella lavorazione degli scafi in legno”. In molti porti si dice anche “mastro d’ascia”.
Il suo compito andava ben oltre il taglio del legname. Il MuMa di Sant’Antioco, il museo sardo dedicato a questo mestiere, lo descrive proprio così: progettazione, costruzione e manutenzione delle barche.
Un mestiere riconosciuto dalla legge
Il maestro d’ascia ha un posto preciso nel diritto marittimo italiano. L’articolo 117 del Codice della navigazione elenca il “personale tecnico delle costruzioni navali”: ingegneri navali, costruttori navali e, al terzo punto, “i maestri d’ascia e i calafati”. L’articolo 118 stabilisce che questo personale è iscritto in appositi registri.
Per arrivare al titolo serviva, e serve ancora, un lungo periodo di lavoro in cantiere accanto a un maestro, seguito da un esame davanti alla Capitaneria di porto. Per secoli la scuola è stata la bottega, spesso quella di famiglia.

Come si costruisce un gozzo in legno: le fasi
La costruzione di un gozzo in legno segue una sequenza comune ai cantieri del Mediterraneo, con piccole varianti da porto a porto. Seguiamo la descrizione dei cantieri tradizionali di Trapani, documentati da Pietro Monteleone nel volume Le barche tradizionali trapanesi.
1. Il progetto, senza disegni
Fino all’inizio del Novecento i piani di costruzione erano sconosciuti nei piccoli cantieri. Il maestro partiva dalle esigenze dell’armatore: budget, tipo di pesca, porto di base. La forma dello scafo stava nella sua testa e in una sagoma di legno, il garbo.
2. Chiglia, ruota di prua e ruota di poppa
Il primo pezzo è la chiglia, la spina dorsale della barca. Alle sue estremità si uniscono le ruote di prua e di poppa, i pezzi curvi che salgono verso l’alto e danno il profilo allo scafo. Dall’interno le rinforzano le controruote. Tutto viene unito con incastri e chiodi e posato su una trave robusta, livellata e ancorata a terra. Qui il maestro controlla tutto a piombo: un errore in questa fase resta per sempre.
3. Le ordinate, cioè le costole
Sulla chiglia si segnano i punti dove andranno le ordinate, le “costole” del gozzo. Ogni ordinata è fatta di un madiere, il pezzo che poggia sulla chiglia, e di due staminali, uno per lato, che salgono verso il bordo. Nelle barche trapanesi di circa dieci metri la distanza tra un madiere e l’altro era di circa 18 centimetri.
Le ordinate centrali si ricavano con il garbo. Per quelle di prua e di poppa il maestro inchioda provvisoriamente lungo l’ossatura dei listelli flessibili, le “forme”, che gli fanno da guida e intanto disegnano la carena definitiva.
4. Il fasciame
Il fasciame è il rivestimento esterno: tavole lunghe e strette, posate una accanto all’altra dalla chiglia verso l’alto. Ogni tavola si piega intorno alle ordinate, si rifila, si prova e solo alla fine si inchioda. Dove la torsione è forte, il legno si ammorbidisce con acqua calda, vapore o fiamma.
5. Il calafataggio
Tra una tavola e l’altra restano delle fessure sottili, i comenti. Il calafato le riempie di stoppa catramata, spingendola dentro con scalpelli dedicati e colpi di mazzuolo di legno. Quando la barca va in acqua, il legno assorbe umidità, si gonfia e stringe la stoppa: è così che lo scafo diventa stagno.
6. Pitturazione e varo
Dopo il calafataggio il fasciame veniva impregnato di minio, i comenti stuccati, e si passava alla pittura dell’opera viva (la parte sommersa) e dell’opera morta (quella fuori dall’acqua). Poi armo, vele e varo.

Lo sapevi?
Nella tradizione siciliana, raccolta dall’etnologo Giuseppe Pitrè, era il maestro d’ascia a benedire la barca prima del varo. Chiedeva all’armatore se era contento del lavoro, poi benediceva “tutti i colpi d’ascia” e “tutti i chiodi” dati alla barca, e chiudeva con due colpi d’ascia in croce sulla poppa.
I legni del gozzo: quale essenza per ogni parte
Ogni parte della barca lavora in modo diverso: la chiglia deve resistere, le ordinate reggere curve e sforzi, il fasciame stare in acqua per anni. Per questo il maestro d’ascia sceglie l’essenza pezzo per pezzo.
C’è poi una regola d’oro: le fibre del legno devono seguire la forma del pezzo. Le tavole del fasciame si ricavano da tronchi a fibra dritta e si curvano dopo. Le parti spesse e curve, come ordinate e ruote, si cercano direttamente in alberi e rami che hanno già la curvatura giusta.
| Parte | Legni tradizionali | Perché |
|---|---|---|
| Chiglia e ruote | Quercia | Durezza e resistenza: è la spina dorsale della barca |
| Ordinate (madieri e staminali) | Gelso, olmo, carrubo; in Liguria anche acacia | Legni robusti, ricavati da rami con curvatura naturale |
| Fasciame | Pino, pitch pine | Fibra dritta, pochi nodi, buona tenuta all’acqua |
| Interni e finiture | Mogano, teak | Stabili e belli da vedere |
| Chiglia nei cantieri di oggi | Iroko, azobé | Legni tropicali molto resistenti, oggi facili da reperire |
Conta anche la stagionatura: a Trapani il legno della chiglia restava a lungo immerso in acqua di mare prima di essere lavorato.
Gli attrezzi: ascia, pialla, sesta e garbo
L’ascia è lo strumento che dà il nome al mestiere. Ha il taglio perpendicolare al manico, un po’ come una zappa, e serve a sgrossare e modellare il legno. Nelle mani giuste è precisa quanto una pialla: i vecchi maestri la tenevano affilata come un rasoio. Accanto c’erano seghe, pialle di varie misure, sgorbie, compassi, il filo a piombo e il cartabuono per misurare gli angoli. Molti attrezzi il maestro se li costruiva da sé.
Lo strumento più “segreto” però è il garbo. Il verbo “garbare”, nel gergo dei cantieri, significa dare forma allo scafo. Il mezzo garbo è una sagoma di legno spessa poco più di un centimetro che riproduce metà dell’ordinata maestra, la più larga della barca. Su di essa il maestro tracciava una serie di segni numerati: spostando la sagoma secondo quei segni ricavava, una dopo l’altra, le ordinate che si restringono verso prua e verso poppa. Garbi e segni si tramandavano da padre in figlio.
E la sesta? Il vocabolario Treccani la registra nelle costruzioni navali come la sagoma in legno, cartone o altro materiale degli elementi dello scafo, chiamata anche garbo. Nei cantieri indica anche la sagoma su cui si piega il legno ammorbidito dal vapore.
Glossario del cantiere
Chiglia: la trave che corre lungo il fondo della barca, da prua a poppa.
Ruota di prua / di poppa: i pezzi curvi che chiudono lo scafo alle estremità.
Ordinata: la “costola” trasversale dello scafo, fatta di madiere e staminali.
Madiere e staminale: la parte bassa dell’ordinata, sulla chiglia, e quella che sale lungo il fianco.
Fasciame: le tavole che rivestono l’ossatura.
Comenti: le fessure tra una tavola e l’altra del fasciame.
Calafataggio: il riempimento dei comenti con stoppa per rendere lo scafo stagno.
Garbo / sesta: la sagoma di legno che dà la forma alle ordinate.
Opera viva / opera morta: la parte dello scafo sotto e sopra la linea di galleggiamento.

Maestri d’ascia in Sardegna: dove il mestiere è ancora vivo
Un progetto dell’Università di Cagliari sui maestri d’ascia di Sant’Antioco ricorda che in Sardegna i cantieri in legno erano attivi a Cagliari, Stintino, Alghero, Carloforte, La Maddalena e Sant’Antioco. Oggi la domanda si è spostata quasi tutta sulla vetroresina, e gli “artisti del legno” sono rimasti pochissimi.
La Maddalena
È il caso più vivo del nord Sardegna. Nel 2022 La Nuova Sardegna contava cinque maestri d’ascia attivi in tre cantieri: Chicco e Davide Del Giudice e Domenico Massidda al Cantiere Caprera, Vincenzo Carrano, quarta generazione, al Cantiere Carrano, e Francesco Esposito al Cantiere Esposito. Nel febbraio 2023 la Regione ha finanziato con 350.000 euro un corso per allievi maestri d’ascia di 18 mesi, con i tre cantieri e il Parco nazionale. Il programma prevede la costruzione di una barca in legno di otto metri e un esame finale davanti alla Capitaneria di porto.
Alghero
Nel giugno 2026 Alghero ha festeggiato Giovannino Frulio, maestro d’ascia algherese nato nel 1934. Ha lavorato al Forte della Maddalenetta sotto la guida del maestro Feniello e ha costruito gozzi, lancette e spagnolette a occhio, senza disegni al computer.
Stintino
Da giugno 2026, alla rotatoria d’ingresso del paese, c’è un gozzo storico in legno costruito dal maestro d’ascia Peppe Benenati. Lo ha restaurato Alessandro Polese, che gli ha anche rifatto albero e antenna, come racconta L’Unione Sarda.
Sant’Antioco
Nel sud dell’isola, nell’ex mattatoio di Sant’Antioco, il MuMa (Museo del Mare e dei Maestri d’Ascia) conserva fotografie, attrezzi e testimonianze dei maestri locali.
Il restauro delle barche storiche e le associazioni di vela latina
Oggi la maggior parte del lavoro di un maestro d’ascia è il restauro. Una barca in legno vive a lungo se qualcuno la cura: va sostituita una tavola marcita, rifatto il calafataggio, ripresa un’ordinata stanca.
Qui entrano in gioco le associazioni di vela latina. Regate e raduni danno ai proprietari un motivo per tenere in acqua, e quindi restaurare, i vecchi gozzi. A Stintino la Regata della Vela Latina va avanti dal 1983. Per il quarantennale, nel 2023, il porto è stato dichiarato “Porto-Museo di Vele Latine” e la Lega Navale Italiana del Golfo dell’Asinara ha organizzato una tavola rotonda sulla storia della vela latina e dei maestri d’ascia. Se ti interessa il legame tra barche, tonnare e vita del borgo, trovi tutto nel nostro articolo sulle tradizioni marinare di Stintino.
Salire a bordo di un gozzo in legno
Il modo migliore per capire il lavoro di un maestro d’ascia è sentirlo sotto i piedi. Il Professore è il nostro gozzo storico in legno armato a vela latina. A bordo puoi guardare da vicino il legno lavorato a mano, l’albero e l’antenna, e poi lasciarti portare nel Golfo dell’Asinara lungo la costa di Stintino, con una sosta per il bagno e la merenda sarda.

Naviga su un gozzo storico in legno
Mezza giornata a bordo del Professore, a vela latina nel Golfo dell’Asinara. Al massimo 7 persone, partenza dal porto di Stintino, snorkeling, merenda sarda e Vermentino inclusi.
Domande frequenti sui maestri d’ascia
Perché si chiama maestro d’ascia?
Dal nome del suo attrezzo principale, l’ascia, con cui sgrossava e modellava il legno dello scafo. La parola viene dal latino ascia.
Il maestro d’ascia è una professione riconosciuta?
Sì. Il Codice della navigazione (art. 117) inserisce i maestri d’ascia e i calafati nel personale tecnico delle costruzioni navali, iscritto in registri. Il titolo si ottiene dopo un periodo di lavoro in cantiere e un esame davanti alla Capitaneria di porto.
Che legno si usa per costruire un gozzo?
Tradizionalmente quercia per chiglia e ruote, gelso, olmo o carrubo per le ordinate, pino e pitch pine per il fasciame.
Dove ci sono ancora maestri d’ascia in Sardegna?
Nel nord dell’isola il centro più attivo è La Maddalena, con i cantieri Caprera, Carrano ed Esposito. La stampa locale documenta maestri d’ascia anche ad Alghero e Stintino.
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